Quante volte ti sei accorto di essere stanco solo quando eri già esausto?

Di essere teso solo quando è arrivato il mal di testa.
Di avere il collo contratto, la schiena bloccata, la mandibola serrata senza nemmeno esserti accorto di aver accumulato tutta quella tensione.

E non parlo soltanto di sensazioni generiche.

A volte il corpo si manifesta in modo molto concreto: un dolore al polso, una tensione a una gamba, un fastidio alla gola, una parte del corpo che continua a farsi male o che sembra non recuperare.

Siamo abituati a chiederci subito “come posso farlo passare?”

Ma possiamo imparare a farci anche un’altra domanda:

“Che cosa sta succedendo nella mia vita mentre il mio corpo mi sta dando questo segnale?”

Il corpo e la mente non vivono in compartimenti separati.

Quello che attraversiamo può avere una dimensione corporea. Lo stress può modificare il respiro, le emozioni possono influenzare la tensione muscolare, la paura può cambiare il nostro modo di muoverci, un periodo di forte pressione può manifestarsi anche attraverso il corpo.

È uno dei territori esplorati dalla psicosomatica: la relazione tra dimensione psicologica e dimensione corporea, senza considerarle come due mondi separati.

Ed è qui che trovo interessante anche la prospettiva della metamedicina, che invita a guardare alcuni sintomi e alcune parti del corpo anche attraverso una possibile dimensione simbolica ed emotiva.

Non significa che ogni dolore abbia una sola spiegazione.

E non significa che possiamo stabilire che un sintomo “significa” necessariamente qualcosa.

Ma possiamo usare quella domanda come uno spazio di ricerca.

Una gamba che fa male potrebbe portarmi a chiedermi: sto facendo fatica ad andare avanti?

Una gola che sento spesso chiusa potrebbe farmi osservare: c’è qualcosa che faccio fatica a dire?

Una tensione alle spalle potrebbe invitarmi a chiedermi: che cosa sto portando addosso da troppo tempo?

Non sono diagnosi.

Sono domande.

E a volte una domanda apre una consapevolezza che prima non avevamo.

Perché il corpo comunica continuamente.

Attraverso il respiro.
Attraverso la postura.
Attraverso la tensione.
Attraverso il dolore.
Attraverso il modo in cui ci muoviamo.

Spesso però impariamo ad ascoltarlo soltanto quando il segnale diventa abbastanza forte da interrompere quello che stiamo facendo.

Prima ignoriamo.

Poi resistiamo.

Poi cerchiamo una soluzione.

E soltanto alla fine ci fermiamo ad ascoltare.

Forse possiamo invertire il processo.

Non aspettare che il corpo debba alzare la voce.

Il nostro organismo possiede una straordinaria capacità di autoregolazione e adattamento. Ogni giorno lavora per mantenere il proprio equilibrio e rispondere a ciò che viviamo.

Ma prenderci cura di noi significa anche creare le condizioni per accorgerci di quello che sta succedendo.

Ascoltare non significa interpretare tutto.
Sentire non significa diagnosticare.
Significa accorgersi.

Accorgersi che siamo stanchi.

Che stiamo trattenendo il respiro.

Che continuiamo a contrarre una parte del corpo.

Che qualcosa ci fa paura.

Che stiamo andando avanti quando forse avremmo bisogno di fermarci.

Per oltre vent’anni ho allenato il corpo a fare.

A essere forte, preciso, performante.

Poi ho iniziato ad allenare qualcosa di diverso:

la capacità di sentirlo.

Ed è stato lì che il corpo ha smesso di essere soltanto uno strumento da controllare ed è diventato una fonte di informazioni.

Per questo oggi, nel mio lavoro, non mi interessa soltanto insegnare alle persone a muoversi.

Mi interessa creare uno spazio in cui possano tornare a percepirsi.

Perché il corpo non è un ostacolo da superare per tornare alla mente.

È uno dei luoghi attraverso cui possiamo tornare a noi stessi.

E forse imparare ad ascoltarlo significa proprio questo:

non aspettare che debba alzare la voce per iniziare finalmente a sentirlo.

 

Un libro per approfondire

Se questo modo di guardare al corpo ti incuriosisce, un libro da cui partire è Metamedicina – Ogni sintomo è un messaggio di Claudia Rainville.

È una lettura che esplora il possibile legame tra sintomi, vissuti emotivi e dimensione personale, invitando a guardare il corpo anche come uno spazio di ascolto e di consapevolezza.

Non come un manuale per trovare una spiegazione a ogni sintomo, ma come uno spunto per iniziare a farsi domande diverse.

Perché, a volte, ascoltare il corpo significa anche imparare a chiedergli: “Che cosa stai cercando di dirmi?”