È normale perdere l’attenzione.
Dopo ore davanti a uno schermo, una riunione dopo l’altra, notifiche, informazioni e attività quotidiane che si susseguono, prima o poi la mente si stanca e la concentrazione cala.
Ma c’è una domanda che mi interessa ancora di più:
e se a volte partissimo già con l’attenzione bassa senza renderci conto?
Prima ancora di iniziare una riunione, un lavoro, una presentazione o una giornata davanti al computer, in che stato siamo?
Siamo presenti oppure siamo già altrove?
Il corpo è attivo o è rimasto fermo per ore?
Siamo centrati oppure stiamo semplicemente passando da una cosa all’altra?
L’attenzione viene spesso considerata una capacità esclusivamente mentale. In realtà, il corpo partecipa continuamente al nostro stato di attenzione.
Non è un caso che diversi approcci di coaching e di lavoro sulla performance partano proprio dallo stato in cui ci troviamo prima di affrontare qualcosa. Prima di chiedere alla mente di essere concentrata, possiamo modificare il nostro stato anche attraverso il corpo: il respiro, la postura, il ritmo, il movimento.
E qui c’è una frase che mi piace molto, pronunciata da Mr. Miyagi in The Next Karate Kid:
«Never trust a spiritual leader who doesn’t dance.»
Non so se sia una grande verità filosofica. Ma sicuramente contiene qualcosa che mi interessa e a cui credo: l’idea che il movimento, il gioco e la capacità di lasciarsi andare abbiano un valore che va ben oltre il movimento stesso.
Perché non tutto quello che facciamo deve servire a qualcosa.
Possiamo ballare senza imparare una coreografia.
Camminare senza contare i passi.
Disegnare senza dover produrre qualcosa di specifico.
Raccontare qualcosa senza preoccupazione di come venga accolto.
Giocare senza dover vincere.
Fare qualcosa semplicemente per il piacere di farlo.
È una dimensione che rischiamo di perdere non soltanto nel lavoro, ma nella vita quotidiana.
Siamo continuamente orientati verso un risultato.
Facciamo movimento per stare meglio.
Leggiamo per imparare.
Ci prendiamo una pausa per essere più produttivi.
Giochiamo con i bambini perché è importante per il loro sviluppo.
Facciamo un corso per acquisire una competenza.
E se qualche volta potessimo fare qualcosa senza doverne ricavare niente?
Senza trasformare ogni esperienza in uno strumento.
Credo che il gioco abbia proprio questa forza: ci riporta a fare qualcosa per il semplice fatto di farlo. Ci chiede di essere lì, dentro quello che sta accadendo, senza sapere necessariamente dove porterà.
E forse è proprio in questo spazio che l’attenzione può riaccendersi.
Non perché stiamo facendo un esercizio per diventare più attenti, ma perché, per qualche momento, stiamo semplicemente facendo.
Questo vale nel lavoro, ma anche fuori dal lavoro.
Vale quando siamo davanti a un computer e ci accorgiamo che non riusciamo più a concentrarci. Ma vale anche quando siamo a tavola e continuiamo a guardare il telefono, quando camminiamo pensando già a quello che dovremo fare dopo, quando siamo con qualcuno ma una parte della nostra attenzione è altrove.
Forse allora non abbiamo sempre bisogno di fare di più.
A volte abbiamo bisogno di cambiare stato.
Muoverci.
Giocare.
Respirare.
Fare qualcosa senza uno scopo immediato.
Perché l’attenzione non è soltanto qualcosa che chiediamo alla mente.
È qualcosa a cui partecipa tutto il corpo.
E prima ancora di chiederci “Come posso concentrarmi di più?”, forse vale la pena chiederci:
“In che stato sto entrando in quello che sto per fare?”
E se imparare a cambiare stato fosse qualcosa che puoi sperimentare in prima persona?
Accompagno le persone a esplorare diversi stati di coscienza e nuovi modi di percepire, sentire e vivere la propria esperienza.
