Ci sono momenti in cui sappiamo perfettamente di aver bisogno di fermarci.
Siamo stanchi, facciamo fatica a concentrarci, sentiamo che le energie sono diminuite. Eppure, continuiamo.
Perché?
Forse perché abbiamo imparato a considerare il fermarsi come qualcosa di negativo?
Nella nostra società andare avanti è quasi sempre associato a qualcosa di positivo: essere produttivi, efficienti, presenti, performanti. Fermarsi, invece, rischia di assumere il significato opposto: perdere tempo, rallentare, non fare abbastanza, venire meno ai propri impegni.
Ma chi ha stabilito che fermarsi significhi tutto questo?
Siamo noi ad aver dato questa connotazione alla pausa, al riposo, al rallentamento. E forse è proprio questa narrativa che vale la pena di ribaltare.
Fermarsi non significa smettere
Viviamo ritmi molto intensi e, spesso, siamo noi stessi ad averli costruiti.
Abbiamo accettato sempre più impegni, aumentato la velocità, riempito gli spazi vuoti. Ci siamo abituati a essere reperibili, a rispondere, produrre, organizzare, fare.
Poi arriva il momento in cui ci accorgiamo che qualcosa non funziona più.
Abbiamo bisogno di staccare, ma spesso non sappiamo nemmeno come farlo.
E così anche quando ci fermiamo continuiamo a riempire il tempo: il telefono, i social, una serie, altre commissioni, qualcosa da sistemare. Cambiamo attività, ma non necessariamente cambiamo stato.
Forse perché fermarsi davvero richiede qualcosa di diverso.
Richiede di tollerare uno spazio in cui non stiamo facendo.
E per chi è abituato a funzionare sempre, può essere sorprendentemente difficile.
L’ho imparato attraverso il corpo
Per molto tempo ho avuto un rapporto molto stretto con la disciplina.
Mi sono allenata tantissimo fin da bambina. Ore di allenamento, insegnamento, preparazione alle gare, spettacoli, lavoro.
La disciplina per me è sempre stata una risorsa. Mi ha insegnato a essere costante, a impegnarmi, a non mollare.
Ma proprio per questo, per molto tempo, ho fatto fatica a riconoscere il valore del fermarmi.
Quando il mio corpo sentiva il bisogno di riposare, potevo viverlo quasi come un venire meno ai miei doveri.
Come se fermarmi significasse non essere abbastanza disciplinata.
Poi è successo qualcosa che mi ha costretta a cambiare prospettiva.
Ero nel pieno della mia attività, tra spettacoli e impegni, quando il mio corpo ha semplicemente detto basta.
Non era più una sensazione da ascoltare o un piccolo segnale da ignorare.
Mi sono ritrovata a non avere quasi la forza di alzare una penna.
Ho dovuto fermarmi.
Quello stop è durato circa un mese. Per una persona abituata ad allenarsi e a essere sempre in movimento, non è stato semplice.
Ma proprio lì ho capito qualcosa che oggi considero fondamentale: il riposo non è l’opposto dell’allenamento. Il riposo è parte dell’allenamento.
Il corpo non si trasforma soltanto mentre lo sottoponiamo a uno stimolo. Ha bisogno di recuperare, assimilare, riorganizzarsi.
Il recupero non è una parentesi rispetto al processo.
È il processo.
Ma saperlo non significa saperlo fare
E qui c’è una cosa che oggi mi sento di dire con molta sincerità: capire tutto questo non significa che sia diventato facile.
Le abitudini sono difficili da cambiare.
L’essere umano ha bisogno di routine, di ritmi conosciuti, di punti di riferimento. Le abitudini ci danno anche una forma di stabilità e sicurezza. Per questo modificare il modo in cui viviamo le nostre giornate non è semplicemente una questione di “decidere di rallentare”.
Anche io continuo a confrontarmi con questo.
Perché sapere che il corpo ha bisogno di una pausa e concedersela davvero sono due cose diverse.
E forse è proprio per questo che non vorrei che questo fosse letto come un consiglio o come una formula da applicare.
È più che altro un invito a osservare.
A notare che cosa succede quando sentiamo il bisogno di fermarci e, invece, continuiamo.
A chiederci che cosa ci impedisce di farlo.
E magari, qualche volta, provare a scegliere diversamente.
E se cambiassimo significato alla parola “stop”?
Forse dovremmo iniziare a guardare il fermarsi con occhi diversi.
Uno stop non significa necessariamente perdere terreno.
Una pausa non significa essere meno ambiziosi.
Rallentare non significa rinunciare.
E riposare non significa essere meno disciplinati.
A volte fermarsi è proprio ciò che permette di continuare in modo diverso: con più lucidità, più presenza, più energia.
Anche nel lavoro.
Siamo abituati a pensare che il valore di una giornata dipenda da quanto abbiamo prodotto. Ma forse esiste un’altra domanda da farci:
In che stato ero mentre producevo?
E ancora:
Quanto spazio ho lasciato al mio corpo per recuperare da quello che gli ho chiesto?
Non si tratta di eliminare i ritmi intensi. Ci sono periodi in cui spingere è necessario, desiderato e persino entusiasmante.
Si tratta di imparare a riconoscere che anche il recupero fa parte della prestazione.
Che la pausa non è una perdita di tempo.
Che il corpo non è una macchina da mantenere continuamente accesa.
Fermarsi è un’azione
Forse il vero cambiamento non consiste nel fare meno a tutti i costi.
Consiste nel cambiare il significato che diamo al fermarci.
Perché se continuiamo a vivere la pausa come una colpa, anche quando ci fermiamo non ci stiamo realmente riposando.
Possiamo invece iniziare a considerarla per quello che è: uno spazio necessario per tornare disponibili a ciò che facciamo.
E forse vale la pena ricordare che fermarsi non significa non fare nulla.
Fermarsi è un’azione.
Un’azione verso se stessi.
Verso il proprio corpo, le proprie energie, la propria presenza.
La disciplina non è soltanto saper andare avanti.
A volte è anche sapere quando fermarsi.
Non ho una formula per farlo sempre nel modo giusto. E probabilmente non esiste.
Ma posso iniziare da una domanda molto semplice:
E se, qualche volta, fermarmi fosse esattamente ciò che mi serve per poter andare avanti?
