Ti è mai capitato di essere in una riunione e avere già pronta la risposta mentre l’altra persona sta ancora parlando?

Di interrompere perché senti di avere qualcosa di importante da aggiungere?

Di fare fatica a stare in silenzio quando pensi di sapere già dove l’altro vuole arrivare?

O, al contrario, di non riuscire a dire quello che pensi perché nel gruppo c’è qualcuno che occupa molto spazio?

Sono situazioni che conosciamo bene.

E lavorare in gruppo significa anche questo: stare in relazione con persone diverse da noi.

Per tanti anni ho lavorato con il corpo, attraverso il movimento, la performance e l’insegnamento.

Ho lavorato con gruppi molto diversi, in contesti e situazioni differenti, e questo mi ha portato a osservare quanto il modo in cui stiamo in relazione con gli altri influenzi ciò che accade dentro un gruppo.

Chi prende spazio.
Chi si ritrae.
Chi cerca di controllare.
Chi si adatta.
Chi osserva.
Chi ha bisogno di essere visto.

Ma soprattutto, ho imparato a osservare cosa succede dentro di noi mentre tutto questo accade.

Perché il gruppo non lo viviamo soltanto attraverso ciò che pensiamo o diciamo. Lo viviamo anche attraverso il corpo: il respiro che cambia, una tensione che aumenta, il corpo che si irrigidisce, il bisogno di intervenire oppure la difficoltà a prendere parola.

È da questa esperienza, prima ancora che da qualsiasi metodo, che nasce il mio interesse per le dinamiche di gruppo: dalla possibilità di osservare il corpo e la persona mentre stanno dentro una relazione.

E mentre scrivo queste righe mi viene una riflessione:

qual è il primo gruppo in cui impariamo tutto questo?

La famiglia.

È probabilmente la nostra prima palestra relazionale.

Lì impariamo, spesso senza rendercene conto, come reagiamo quando qualcuno ci contraddice, quando non veniamo ascoltati, quando qualcuno invade il nostro spazio, quando dobbiamo cedere o quando vogliamo avere ragione.

La famiglia non ce la scegliamo, ma impariamo, nel bene e nel male, a trovare un modo per starci dentro.

E molte di queste modalità possono accompagnarci anche negli altri gruppi che incontriamo.

Nel lavoro ci troviamo infatti a collaborare con persone diverse da noi, con caratteri, ritmi, priorità e modi di comunicare differenti.

Ed è proprio qui che il gruppo di lavoro può diventare un luogo interessante in cui osservare come stiamo con gli altri.

Quando siamo dentro una dinamica di gruppo, però, non reagisce soltanto la nostra mente.

Anche il corpo partecipa.

Cambia il respiro, aumenta la tensione, ci irrigidiamo, sentiamo il bisogno di intervenire oppure ci blocchiamo.

Sono segnali che spesso arrivano prima che ce ne rendiamo conto.

Imparare a riconoscerli può essere un primo passo per interrompere una risposta automatica e recuperare la possibilità di scegliere come stare in quella situazione.

Sono dinamiche che appartengono alla vita quotidiana, ma che sul lavoro possono avere un impatto concreto sulla collaborazione, sulla comunicazione e sul clima di un gruppo.

Forse, allora, prima di chiederci come cambiare gli altri, possiamo iniziare da una domanda più semplice:

Come sto io, dentro questo gruppo?

E tu, quando lavori in gruppo, qual è la dinamica che fai più fatica a gestire?

Parlare troppo?

Non riuscire a dire la tua?

Ascoltare?

Lasciare spazio agli altri?

Gestire il conflitto?

Mi piacerebbe sapere come lo vivi tu.